domenica 11 novembre 2007

Una rivoluzione silenziosa

In Italia si sta svolgendo una rivoluzione "silenziosa", essa non fa rumore più di tanto perché messa a tacere, ma che continua inesorabilmente il suo corso. Ovvero la richiesta oramai di un gran numero di comuni italiani, di passare da una regione all’altra.

Come è successo due settimane fa in Veneto, dove i residenti di 3 comuni - e precisamente Cortina D’Ampezzo, Colle Santa Lucia e Livinallongo del Col di Lana - hanno votato esprimendosi positivamente alla richiesta di passare da quella regione al Trentino-Alto Adige,.

Alla base questioni di tipo economico, è indubbio, un discorso federalista: alla Regione Trentino-Alto Adige ritornano sul proprio territorio gran parte degli introiti fiscali lì generati, e quindi lì reinvestiti, con enorme vantaggio per la popolazione locale. Il presidente della Regione Veneto Galan piuttosto che screditare questa legittima consultazione popolare dovrebbe prenderne atto, piuttosto che irridere la volontà popolare. E dovrebbe piuttosto concentrarsi a reclamare quel tanto proclamato federalismo che già la coalizione alla quale appartiene - il governo precedente doveva attuare - non riuscendovi.

A parte che “pecunia non olet” (il denaro non puzza), soprattutto se è il frutto del duro lavoro della gente onesta, va detto che dietro a questa rivendicazione ci sono anche altri motivi di natura storico-geografica, essendo questi comuni appartenenti a quella che è la Comunità Ladina, quella Ladinia che già era unità all’Alto Adige prima della forzata italianizzazione fascista. Quelle popolazioni non farebbero nient’altro che rientrare in quello che è il loro alveo naturale. Come è stato fatto l’anno scorso dai cittadini romagnoli dalla val Marecchia, il cui ingresso ufficializzato nell’attuale regione Emilia-Romagna è ritardato soltanto dalle lungaggini burocratiche (forse qualche detrattore spera ancora…)

Tanti cittadini stanchi delle attese colpevoli dei loro eletti che “se ne vogliono andare”, e per questo decidono di muoversi, passando da un’amministrazione all’altra, in molti casi con ovvie ragioni da far valere, come quella di un territorio più omogeneo e facilmente gestibile. Non se ne parla perché questa mobilitazione è scomoda, perché va a rompere certi equilibri “politici” di mero interesse privatistico. Ancora riescono a passarla liscia, ma non potranno fare finta di nulla, l'arroganza ha ha un limite, la situazione è destinata a scoppiare. O federalismo o .....


Sito dell'Unione "Comuni che cambiano regione"

giovedì 25 ottobre 2007

Democrazia e religione di EZIO MAURO

"Finiamola". Con questo invito che ricorda un ordine il Cardinal Segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone ha preso ieri pubblicamente posizione contro l'inchiesta di Repubblica sul costo della Chiesa per i contribuenti italiani, firmata da Curzio Maltese. "Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa - ha detto testualmente il cardinal Bertone - : l'apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società". Per poi aggiungere: "C'è un quotidiano che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. L'ora di religione è sacrosanta".

Non ci intendiamo di santità, dunque non rispondiamo su questo punto. Ma non possiamo non notare come il tono usato da Sua Eminenza sia perentorio e inusuale in qualsiasi democrazia: più adatto a un Sillabo. L'attacco vaticano riguarda un'inchiesta giornalistica che analizza i costi a carico dei cittadini italiani per la Chiesa cattolica, dalle esenzioni fiscali all'otto per mille, al finanziamento alle scuole private, all'ora di religione: altre puntate seguiranno, finché il piano di lavoro non sia compiuto.

Finiamola? E perché? Chi lo decide? In nome di quale potestà? Forse la Santa Sede ritiene di poter bloccare il libero lavoro di un giornale a suo piacimento? Pensa di poter decidere se un'inchiesta dev'essere pubblicata "ogni settimana" o con una diversa cadenza? E' convinta che basti chiedere la chiusura anticipata di un'indagine giornalistica per evitare che si discuta di "questa storia"? Infine, e soprattutto: non esiste più l'imprimatur, dunque persino in Italia, se un giornale crede di "tirar fuori iniziative di questo genere" può farlo. Salvo incorrere in errori che saremo ben lieti di correggere, se riceveremo richieste di rettifiche che non sono arrivate, perché nessun punto sostanziale del lavoro d'inchiesta è stato confutato.


La confutazione, a quanto pare, anche se è incredibile dirlo, riguarda la legittimità stessa di affrontare questi temi. Come se esistesse, lo abbiamo già detto, un'inedita servitù giornalistica dell'Italia verso la Santa Sede, non prevista per le altre istituzioni italiane e straniere, ma tipica soltanto di Paesi non democratici. In più, Sua Eminenza è il Capo del governo di uno Stato straniero che chiede di "finirla" con il libero lavoro d'indagine (naturalmente opinabile, ma libero) di un giornale italiano. Dovrebbe sapere che in Occidente non usa. Mai.

Stupisce questa reazione quando si parla non dei fondamenti della fede, ma di soldi. E tuttavia se la Chiesa - com'è giusto - vuole far parte a pieno titolo del discorso pubblico in una società democratica e trasparente, non può poi sottrarsi in nome di qualche sacra riserva agli obblighi che quel discorso pubblico comporta: per tutti i soggetti, anche quelli votati al bene comune. Anche questo è un aspetto della sfida perenne, e contemporanea, tra democrazia e religione. (25 ottobre 2007

sabato 20 ottobre 2007

Le Primarie del PD ? Un esempio di democrazia. E adesso ???

Il 14 Ottobre ho avuto la fortuna di essere stato uno dei tanti volontari che ha contribuito al buon funzionamento delle Primarie che hanno confermato la leadership di Walter Veltroni alla guida di questa "nuova" formazione politica. Non mi faccio grosse illusioni perchè per rendere nuovo un partito andrebbe ricambiata la classe dirigente, le persone più o meno sono le stesse, con questo non significa dia un giudizio che sia negativo o positivo in merito. Nonostante tutto voglio conservare ancora qualche speranza ben sapendo che io stesso sono parte integrante di questo processo che si spera sia democratico, non solo di nome ma anche di fatto.
Occorre innanzitutto ripartire subito, e farlo dal territorio, quello locale, scansando concretamente quell' "antipolitica" (che poi antipolitica non è, ma semmai una legittima reazione della piazza) con proposte che vanno non solo proclamate ma anche messe in pratica. Discutere su queste senz'altro, ma poi decidersi ad agire. FEDERALISMO ed ETICA POLITICA (vedi anche come riduzione sprechi ed eliminazione dei privilegi), sono questi 2 punti fondamentali al quale il PD deve dare delle risposte, subito. E'importante che noi giovani restiamo uniti , con idee che possano essere accolte, finendo di ragionare sui principi idealistici, ma dando una risposta alle critiche che vengono dall'esterno. Anche sull'Ambiente, altro tema fondamentale che qui in Romagna è molto discusso da movimenti che si dichiarano estranei ai partiti tradizionali.
Ed è importante, lo ribadisco, che il Partito Democratico non lo sia solo di nome ma anche di fatto, non sia questo nome uno specchietto per le allodole al fine di conservare certi interessi bolognesi (sia di destra che di sinistra). Occorre quindi non avere argomenti tabù su quali non confrontarsi, e accogliere le istanze popolari accettando il "rischio " democratico di mettere una scheda in mano ai cittadini, per sapere come la pensano veramente su certe determinate questioni.
Andiamo avanti, non perdiamoci di vista.

domenica 7 ottobre 2007

Ecco l'articolo di repubblica di qualche giorno fa.. se ve lo siete perso date un'occhiata!

di CURZIO MALTESE


"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

sabato 6 ottobre 2007

Lettera aperta di Salvatore Borsellino - Caso De Magistris

Lettera aperta di Salvatore Borsellino

Voglio ringraziare il Ministro Mastella per la sua iniziativa di richiesta di allontanamento per incompatibilità ambientale del Giudice De Magistris dalla procura di Catanzaro.
Voglio ringraziarlo pubblicamente perché mi ero ormai convinto che a seguito delle campagne di delegittimazione e di aggressioni di ogni tipo nei confronti della Magistratura la gente si fosse ormai assuefatta all’arroganza e all’impunità dei politici e avesse accettato come normale ed ineluttabile questo stato di cose.
Ora invece la reazione provocata da questa iniziativa nell’opinione pubblica, nella gente comune, reazione che sta provocando in tutta Italia raccolte di firme e mobilitazioni spontanee, soprattutto di giovani, a sostegno del Magistrato perché possa continuare il suo lavoro senza intimidazioni e interferenze esterne, mi ha fatto rinascere la speranza che le cose possano ancora cambiare.
Ho sottoscritto insieme a Sonia Alfano una lettera al Capo dello Stato dove chiediamo che tuteli, come è suo compito, l’indipendenza della Magistratura raccomandando al CSM, di cui è Presidente, di rigettare la richiesta del Ministro. E chiedergli invece di occuparsi di altri e ben più gravi problemi della Giustizia, come il caso della Procura di Caltanisetta, dove sono concentrate le indagini sui fatti più gravi della nostra storia recente, quali l’indagine sui mandanti esterni della strage di Via D’Amelio e l’indagine sulla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, che viene, dal 12 luglio 2006, lasciata senza una guida ed affidata ad un reggente.
Voglio però sperare che il sig. Ministro prenda spontaneamente atto della situazione di incompatibilità ambientale che si è creata tra la sua persona e la maggioranza degli Italiani e voglia attuare il suo proposito di dimettersi, proposito più volte minacciato, ma finora solo allo scopo di ricatto nei confronti della maggioranza di Governo.
Il sig. Mastella ama spesso ripetere di essere una persona onesta, non deve quindi temere che le indagini in corso da parte del giudice De Magistris possano coinvolgere la sua persona, potrebbero al massimo coinvolgere i suoi amici o persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene qualche tipo di rapporto, magari non sempre limpido.
Dovrebbe essere anzi grato al Giudice De Magistris che con le sue indagini potrà dimostrare l’onestà del sig. Ministro fornendogli una patente di onestà certificata che avrebbe per questo più valore delle sue affermazioni che, agli occhi dell’opinione pubblica, non possono che essere di parte e quindi non obiettive se non addirittura sospette.
Non vorrei però insistere troppo sulla sua persona con il rischio di additarlo come comodo capro espiatorio dei tanti mali della politica italiana, come ha detto Beppe Grillo con un’ironia che il sig. Mastella non è stato in grado di capire e che tutta la stampa nazionale ha fatto finta di non capire pubblicando titoli a tutta pagina sulla pretesa di pace tra il politico e il comico, e qui lascio al vostro giudizio decidere chi sia il politico e chi il comico, e pubblicando poi solo qualche trafiletto poco visibile quando Beppe Grillo ha chiarito le vere intenzioni della trappola in cui l’aveva fatto cadere.
Il fatto è, signor Mastella, che una persona come Grillo, che ieri ha fatto di mestiere il comico, oggi è uno dei pochi che fa politica in modo serio, e quelli che sono stati designati dai partiti italiani per fare i politici e che la gente, in mancanza di altre scelte, ha dovuto votare, si affannano oggi in tutti i modi per fare la parte dei comici in quel cabaret di bassa lega che è diventata la politica in Italia.
Ma lo scenario, purtroppo, non è quello di un cabaret, è quello di una tragedia, la tragedia di un paese allo sbando dove gli equilibri di Governo si reggono su ricatti incrociati e dove l’opposizione non aspetta altro che il suicidio del Governo per poter subentrare nell’esercizio del potere, ricominciare ad emanare "leggi ad personam" e continuare, come peraltro ha fatto anche questo Governo, nell’attuazione di quel patto scellerato tra lo Stato e la mafia per la spartizione del potere e degli appalti in Italia per cui è stato necessario eliminare Paolo Borsellino.
E io purtroppo vedo tante, troppe analogie tra le vicende di ieri e quelle di oggi. Oggi Paolo Borsellino e Giovanni Falcone vengono additati come degli eroi e, dopo averli uccisi, si cerca ancora di seppellirli a forza di commemorazioni, di lapidi e targhe stradali, quasi a rassicurarsi del fatto che siano veramente morti, ma ieri, quando erano sul punto di arrivare nelle loro indagini al punto focale dei rapporti tra la mafia e la politica, si cercava in tutti i modi di rendergli difficile il lavoro, di isolarli, di costringerli a trasferirsi in altra sede per riuscire a trovare degli spazi per poter continuare le loro indagini.
Anche De Magistris è stato messo in difficoltà dal suo capo, anche De Magistris è stato isolato, anche De Magistris si sta cercando di trasferire per renderlo innocuo, ma si ricordi, sig. Ministro, che per esperienza del passato, l’isolamento di un Giudice o di un investigatore è stato sempre il primo passo per additarlo alla vendetta della camorra e della mafia e chi da inizio e determina questo stato di cose non ha minori responsabilità, almeno morali, di chi ne decide l’eliminazione o preme il pulsante di un timer.
Si ricordi però che la gente non sopporterebbe che la storia si ripeta, quella stessa gente che nella cattedrale di Palermo prese a calci e schiaffi quei politici che pretendevano di sedersi in prima fila davanti alle bare dei ragazzi di Paolo, vi caccerebbe allo stesso modo da un Parlamento nel quale sedete fianco a fianco di personaggi inquisiti, prescritti o già condannati nei primi gradi di giudizio e questa volta non riuscireste a riciclarvi sotto altre sigle e nuovi partiti, a mantenere il potere e ad occupare indegnamente le istituzioni come avete fatto dopo il disfacimento della prima repubblica.

Salvatore Borsellino

vedetevi anche il link ad una interessante intervista a De Magistris:

http://www.youtube.com/watch?v=pQt0PdNNWeg

lunedì 17 settembre 2007

Quel popolo di Grillo che vota a sinistra

Direi che l' articolo che vi riporto di seguito riassume bene il rapporto PD V day.
Io faccio parte di quella base elettorale del PD...


• da La Repubblica del 14 settembre 2007, pag. 1

di Ilvo Diamanti

Si è discusso molto intorno al­la manifestazione promossa da Beppe
Grillo. Il V-day, come vie­ne definito ora, con una prudenza lessicale
perfino patetica, visti i tem­pi. Il dibattito è stato, sin qui,
sovra­stato da preoccupazioni politiche più che analitiche. I
"giudizi" hanno prevalso sulle "spiegazioni" e ancor più sulle
"descrizioni"

.

D'altronde, si tratta di un fenomeno emerso in mo­do rapido e al
contempo inatte­so. Ha spiazzato. Tuttavia, "mi­surare" aiuta,
sicuramente, a "comprendere". A ciò può con­tribuire un sondaggio
condotto, nei giorni scorsi, da Demos-Eurisko per la Repubblica. Se ne
può ricavare, infatti, un primo profilo sociale e politico dei
soste­nitori della mani­festazione pro­mossa da Beppe Grillo e
dei fre­quentatori del suo blog.

Coloro che dicono di avere firmato le proposte di leg­ge elaborate da
Grillo o di essere, comunque, d'ac­cordo con esse, so­no circa il 43%
de­gli italiani (intervi­stati nel sondag­gio). Mentre il 27% è
contrario e il 30% non ne sa nulla. Il V-people, ispirato da Beppe
Grillo, comprende tutti i settori sociali e po­litici, ma con un grado
di densità molto diverso.

a) I suoi sosteni­tori sono maggior­mente concentrati nel Centronord
e, per quel che ri­guarda le compo­nenti più attive, nelle
grandi città.

b) Dal punto di vista sociografico, incidono di più fra le persone di
età "centrale" (35-55anni), con titolo di studio elevato. Inoltre,
fra i lavoratori autono­mi, ma soprattutto fra i tecnici, gli
impiegati, i dirigenti.

c) Dal punto di vista politico, sono presenti anzitutto fra gli
elettori di centrosinistra (58%), in particolare nella base del PD
(60%). In misura minore, fra i "disincantati" (43%); quelli che non
hanno unpartito o una coalizione di riferimento; quelli che "se ne
fregano della politica". Mentre la loro incidenza è più modesta fra
gli elettori della CdL (32%). Ma non tra i leghisti, che sembrano
molto attratti dal ver­bo del V-day.

I dati relativi a coloro che fre­quentano il blog di Grillo sono, in
parte, diversi. E' lo stesso "mezzo", d'altronde, a delimitare e a
specificare questa com­ponente. Comprende circa l'1,5% del
campione, per quel che riguarda i "frequentatori as­sidui". Quelli
"saltuari" e "occasionali", invece, costituiscono un ulteriore 10% (si
tratta di da­ti, comunque, molto indicativi e probabilmente
sovrastimati dal metodo di rilevazione). I "fre­quentatori assidui"
del blog, in particolare, hanno un profilo molto definito, rispetto al
V-people. Ci sono più giovani (25-44 anni), molto istruiti; fanno i
li­beri professionisti, oppure i tec­nici, gli impiegati;
svolgono, perlopiù, attività "intellettuali. Votano, largamente, a
centrosi­nistra. Ma più a "sinistra" che al "centro".

Comunque, quattro su cin­que, tra i firmatari e i sostenitori
dell'iniziativa di Grillo (il V-peo­ple), non frequentano il blog. Il
20% di essi, peraltro, non usa internet.

Ciò suggerisce che il V-people sia stato "mobilitato" da canali
diversi e non solo dalle nuove tecnologie della comunicazio­ne. Certo,
internet, gli sms costi­tuiscono mezzi di comunica­zione e di
organizzazione im­portanti, sperimentati, con suc­cesso, da altri
attori politici (i nuovi movimenti, in particola­re) . Coinvolgono,
però, una cer­chia di persone "competenti", ma ancora delimitata. Per
"co­struire" un evento di successo, che assuma dimensioni di mas­sa, è
necessario il concorso dei media "tradizionali". Il V-day, in
particolare, è stato "lanciato" dal blog di Beppe Grillo. Poi, però, è
stato propagandato dai giornali di informazione e d'o­pinione, da
radio e televisioni. In un crescendo divenuto irresi­stibile nelle
ultime settimane. Anche perché i contenuti e il protagonista
dell'iniziativa so­no apparsi, fin dall'inizio, dota­ti di un appeal
assolutamente straordinario. La protesta con­tro la "casta" e i
privilegi della politica, oggi, è un genere mediatico e letterario di
grande successo. Beppe Grillo: uno straordinario comunicatore, che
riempie, da anni, piazze, teatri-tenda, arene e perfino stadi. Al
tempo stesso attore, predicatore, fustigatore, comi­co, tragico,
dissacrante e moralista.

II "messaggio" del V-Day, pe­raltro, è stato ulteriormente
am­plificato "dopo" l'evento. Di nuovo: televisioni, radio,
gior­nali. Ma soprattutto, le polemi­che. I principali leader
politici, molti intellettuali e opinionisti. Importanti cariche dello
Stato. Nell'aria, la parola magica: Anti­politica. Gridata come un
insulto. Mentre oggi ha assunto, presso l'opinione pubblica, un
significato del tutto opposto. Se la "politica" coincide con i
par­titi, con questi partiti; con i politici, con "questi" politici.
Allora, "ma vaffa... ": la politica e i poli­tici. Allora,
"antipolitica" diven­ta una virtù; un elogio.

Per questo, oggi, i propagan­disti più efficaci del "verbo" di Beppe
Grillo sono quei leader che ripetono, fino all'ossessione, la parola
"antipolitica". Nel­l'intento di stigmatizzarla. Op­pure, al
contrario, per giustifi­carla... Perfino Umberto Bossi ha messo in
guardia contro la "minaccia antipolitica" rappre­sentata da Grillo.
Rivelando — da professionista po­litico dell'antipo­litica — qualche
ti­more nei confron­ti di un concorren­te pericoloso...

Ma il problema riguarda, soprat­tutto, il centrosini­stra. E in
particolare il Partito Demo­cratico . La cui base elettorale sembra,
in larga parte, d'accordo con lo "spirito" del V-day. Il che, alla
vi­gilia delle prima­rie, assume un si­gnificato inequi­vocabile.
Sottoli­nea una domanda di rinnovamento "radicale". Di idee, uomini,
compor­tamenti. Riflette, ancora, la delusio­ne — irriducibile — degli
elettori di centrosinistra, do­po un anno di go­verno.

I leader del PD e della sinistra, per questo, oggi si muovono
incerti. Fra due percorsi altrettanto insi­diosi. Perché
quando attaccano il V-day, quando deprecano, con parole sprezzanti,
la cosiddetta "antipolitica", se la prendono, direttamente, con la
propria ba­se.

Ma quando — per "giustifi­carlo" — definiscono il V-day una "risposta
al vuoto della po­litica", senza accorgersene, senza volerlo, parlano
di se stessi. Perché quel "vuoto" non posso­no che averlo "scavato"
loro, da tanto tempo al centro della poli­tica. Dovrebbero,
onestamen­te, prenderne atto. E agire di conseguenza.

sabato 8 settembre 2007

VAFFANCULO A TUTTI... LORO !!!

Sono andato in Piazza del Popolo a Cesena per firmare, non ce l'ho fatta, c'è la ressa. Ripeteranno la raccolta di firme sabato prossimo, oppure una persona può firmare in qualsiasi banchetto della propria provincia, importante è che abbia con sè un documento di riconoscimento.

Inutile dire che come iniziativa abbia trionfato, è una dura lezione che i cittadini stanno dando alla classe dirigente del nostro paese, senza distinzione di colore politico. Un segnale importante di profondo disgusto verso la politica, ma anche un segnale di speranza, stavolta veramente dal basso, in quanto spontaneo e volontario, che non deve essere sprecato.

Se le Primarie dell'Unione hanno fatto più di 4 milioni di votanti, penso proprio che qui, essendo una cosa molto trasversale e fuori dagli schemi dei partiti, si possa arrivare anche a 10 milioni. Se non ci si arriva, è perchè a differenza delle nostre Primarie i mezzi di informazione ne hanno parlato molto..troppo poco.

Lì ci sono proposte concrete, e la nostra classe politica non può fare finta di nulla. Deve cessare l'arroganza del potere e far sì che si accettino le richieste del popolo votante.